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Editoriale Rivista LEND 2/25
Perché le Indicazioni Nazionali 2025 non si occupano di educazione linguistica democratica.
 
Una scuola senza lingua
(e senza Europa):
la marginalizzazione dell’educazione linguistica democratica e plurilingue nelle Nuove Indicazioni 2025
Silvia Minardi

 

Le Nuove Indicazioni 2025, firmate dal Ministro Valditara, si presentano come un testo che vorrebbe rilanciare il progetto educativo per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo. Dichiarano di voler affrontare “le sfide del nostro tempo” e di promuovere “la persona”, “l’identità” e “la libertà”. Ma ad una lettura attenta e in profondità non è sfuggita una contraddizione tanto radicale quanto sconcertante: la pressoché totale scomparsa della lingua come spazio di costruzione del pensiero, come strumento di partecipazione e come garanzia di cittadinanza.
Nel documento, la parola “lingua” compare con una frequenza minima e, soprattutto, con un’accezione puramente funzionale. È il classico modello “minimo” in cui sapere una lingua significa descrivere la propria famiglia, narrare esperienze personali o soddisfare bisogni immediati. È tutto qui.

Nessun riferimento alla lingua come luogo di riflessione, creatività, emancipazione, come costruzione di relazioni, come strumento per imparare a leggere criticamente il mondo o a partecipare attivamente alla vita democratica. Le lingue sono pensate come veicoli per messaggi elementari, non come tecnologie cognitive attraverso cui si organizza l’esperienza e si immagina il futuro. Noi continuiamo a credere che una scuola che dichiara di voler “formare menti libere” e di voler costruire “una comunità educante” non possa prescindere da una visione robusta e articolata dell’educazione linguistica.

E invece, nelle Nuove Indicazioni, la lingua è la grande assente. Nonostante le dichiarazioni di adesione alle competenze chiave europee, le Nuove
Indicazioni ignorano quasi completamente il Quadro e il Volume Complementare. Tra le tante omissioni due sono, a nostro avviso, particolarmente gravi. Non vi è alcuna traccia nelle Nuove Indicazioni 2025 del concetto di mediazione. Il Quadro, fin dal 2001, ci ha abituati ad un concetto di competenza linguistica che affianca alle attività di comprensione, produzione, interazione quella della mediazione, centrale per una società plurilingue e
multiculturale. Il Volume Complementare (2020) ci sta abituando all’idea che mediatore è colui che sa tradurre e riformulare testi, che facilita la comprensione tra interlocutori diversi, che gestisce il disaccordo e l’ambiguità, che sa operare collegamenti anche tra concetti appartenenti a contesti (e discipline) distanti.

Nelle Nuove Indicazioni questa dimensione è totalmente assente. Nessuna menzione alla mediazione. Nessuna riflessione sul suo valore didattico. Nessuna strategia per svilupparla. È un silenzio grave, che rivela uno scollamento dai paradigmi europei più avanzati e, soprattutto, una rinuncia alla possibilità di educare studenti capaci di abitare un mondo complesso e plurale. La seconda mancanza grave è vedere come “plurilinguismo” e “intercultura” diventino parole vuote nel testo delle Nuove Indicazioni. Anche laddove si parla di “sensibilità interculturale” e di “diversità linguistica”, le espressioni restano vaghe, al punto da sembrare meramente decorative perché prive di ogni costrutto pedagogico. Non ci sono esempi, proposte, non c’è alcuna valorizzazione delle lingue d’origine, nessun riferimento all’intercomprensione o all’educazione linguistica integrata. Nulla di ciò che sappiamo essere oggi fondamentale perché l’educazione linguistica possa definirsi davvero democratica.


La lingua inglese e le altre lingue comunitarie restano confinate a un apprendimento comunicativo minimalista, spesso associato solo a contesti di vita quotidiana. Il risultato è un quadro povero e anacronistico, che contraddice l’impianto stesso di una scuola inclusiva, equa, europea.
Le sezioni dedicate a inglese e seconda lingua comunitaria sono tra le più scarne del documento. Le proposte che troviamo in quelle poche pagine non affrontano alcun “compito”, non tematizzano la lingua come costruzione culturale (manca qualunque riferimento a varietà linguistiche, dialetti, identità); non prevedono alcun approccio integrato o interdisciplinare. La lingua non dialoga con la storia, con la cittadinanza, con le scienze: eppure, chi oggi propone queste Nuove Indicazioni è lo stesso governo, lo stesso ministro che, con il DM 65/2023, ha speso 750 milioni di euro da fondi PNRR per
una linea di investimento denominata “Nuove competenze e nuovi linguaggi”. Di questi 750 milioni di euro, ben 150.000.000,00 sono serviti «per la realizzazione di percorsi formativi di lingua e di metodologia di durata annuale, finalizzati al potenziamento delle competenze linguistiche dei docenti in servizio e al miglioramento delle loro competenze metodologiche di insegnamento» dal momento che il secondo obiettivo del DM 65/2023
prevedeva la «valorizzazione e [il] potenziamento delle competenze linguistiche, con particolare riferimento all’italiano nonché alla lingua inglese e ad altre lingue dell’Unione europea, anche mediante l’utilizzo della metodologia Content and language integrated learning ».
In assenza di un quadro di riferimento solido, le lingue restano, nelle Nuove Indicazioni, discipline ancillari, prive di dignità formativa, ridotte a frasari e automatismi.

Eppure, proprio oggi, le lingue dovrebbero essere il terreno privilegiato su cui educare all’empatia, alla decostruzione degli stereotipi, alla comprensione del sé e dell’altro. E se questo non lo fa la scuola, difficilmente crediamo possa essere fatto in altri ambiti.
Le Nuove Indicazioni insistono, a tratti anche con toni enfatici, sulla centralità della libertà, della persona, della relazione. Ma questa visione si sgretola se la scuola non restituisce alla lingua il suo statuto formativo e trasformativo. Scrivere non è solo fare esercizi. Parlare non è solo chiedere un’informazione. Insegnare una lingua non è solo addestrare. La lingua è lo strumento primo della libertà e se la scuola non lo coltiva, non forma cittadini, ma utenti. Non emancipa, ma addestra.

Senza una visione forte dell’educazione linguistica democratica, ogni altro obiettivo – cittadinanza, inclusione, umanesimo, pensiero critico – resta vuoto, semplice esercizio retorico. Una scuola democratica ha bisogno di una lingua che pensa, non che ripete; una lingua che media e costruisce ponti, non che traduce frasi prefabbricate; una lingua che interroga il mondo, non che si limita a nominarlo.
Le Nuove Indicazioni sembrano dimenticare tutto questo. Ma una scuola senza lingua è, in fondo, una scuola senza voce.
O forse no.
Forse è proprio questo il disegno: una scuola dove le lingue, tutte le lingue vengano ridotte al silenzio. Una scuola in cui la parola libera viene addomesticata, la mediazione taciuta, la complessità cancellata. Ma una scuola che non dà voce, non educa: addestra.
E questo, oggi, non possiamo permettercelo.